Rimanere senza rinunciare a sé: l’equilibrio fragile dell’amore

Pubblicato da Diego Antonio Nesci il

Le relazioni tra uomini e donne oggi si muovono in una tensione continua tra il desiderio di connessione e la paura della perdita di sé. La difficoltà a lasciarsi andare nelle relazioni, diffusa in molte esperienze maschili, è il riflesso di un conflitto profondo tra il bisogno di essere amati e il terrore di essere intrappolati. È una danza tra la vicinanza e la distanza, tra l’intensità del momento e l’istinto di fuga.

L’uomo che fatica a concedersi completamente si avvicina con ardore, cerca un contatto che lo scuota, che lo porti oltre il quotidiano, ma poi, una volta percepita l’ombra di un’aspettativa, si ritrae. Non è superficialità, ma un meccanismo di difesa: l’idea che l’amore, per essere vero, debba essere incondizionato. Ogni richiesta dell’altro, ogni bisogno espresso come una pretesa, diventa una prova fallita, una conferma che l’amore è condizionato, che non è vero. Da qui nasce la svalutazione dell’altro, il sospetto che dietro il desiderio di prossimità si nasconda un intento di possesso. Il bisogno famelico di chi vuole riempiere un vuoto, soddisfare una mancanza.

L’amore, però, non è possesso! Il possesso è il contrario dell’amore, perché possedere significa ridurre l’altro a un oggetto, mentre amare significa accoglierlo nella sua libertà.

Ma non è solo l’uomo a muoversi in questa incertezza. Il femminile contemporaneo, spesso privato di riferimenti chiari, si trova in una condizione simile. Se da un lato molte donne esigono uomini decisi, privi di esitazioni, dall’altro esse stesse faticano a incarnare un’accoglienza autentica. La fragilità diffusa le porta a temere il rifiuto e la distanza, ma al tempo stesso a praticarle, a giocare sulla loro stessa indipendenza come uno scudo. L’idea di accogliere veramente l’altro, con le sue esitazioni e le sue paure, diventa un compito arduo in un contesto in cui mostrarsi vulnerabili è visto come un rischio e non come una forza. Così, la chiusura reciproca si alimenta: uomini che sfuggono perché temono la prigionia, donne che non sanno accettare la lontananza senza trasformarla in risentimento.

La paura del sacrificio è una componente essenziale di questa dinamica. Spesso, chi evita il coinvolgimento profondo ha interiorizzato l’idea che la relazione significhi cedere qualcosa di fondamentale: la propria libertà, la propria identità, il proprio diritto al movimento. Cresciuto in un ambiente in cui l’amore era vissuto come fatica, come dovere, come rinuncia, non riesce a vedere la possibilità di un amore che nutra senza ingabbiare. Così, si muove tra due estremi: la ricerca dell’assoluto e il timore del compromesso.

Questa modalità relazionale ha effetti devastanti, non solo sugli altri, ma anche su se stessi. Chi teme il legame si convince di non essere amato davvero, perché non si lascia amare per quello che è, nelle sue debolezze e nelle sue incoerenze. Vede nelle richieste dell’altro una minaccia, anziché un’occasione di crescita. Si sente inadeguato, instabile, incapace di scegliere, perché ogni scelta definitiva sembra un atto di tradimento verso se stesso.

Ma dietro tutto questo c’è una verità più profonda: la paura della dipendenza. Non è la relazione a essere il problema, ma l’idea che l’amore possa renderci vulnerabili, che possa farci dipendere da un altro essere umano in modo incontrollabile. Per questo, spesso, chi rifugge il legame predilige relazioni intermittenti, passioni fugaci, amori che non possano mai veramente radicarsi nel tempo.

Eppure, la vera libertà non sta nella fuga. Non si tratta di scegliere tra l’amore romantico e l’amore libero, tra il sacrificio e l’autonomia. La vera libertà è quella di restare, di permettersi di essere visti per intero, con le proprie paure e le proprie contraddizioni. È la libertà di accettare che l’amore non è solo un’idea, ma un’esperienza, che non è solo una promessa eterna, ma un impegno quotidiano. È la libertà di smettere di rincorrere un ideale inafferrabile e di iniziare, forse, a vivere davvero.

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Diego Antonio Nesci

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